Associazione Culturale "Prof. P. Michele Piccirillo"

 

Cenni Storici

La Custodia di Terra Santa compra il Monte Nebo

 

Tutte le notizie di questo articolo sono state desunte dal libro MOUNT NEBO – New Archaeological Excavation 1967-1997 di Padre Michele Piccirillo e Padre Eugenio Alliata, pubblicato nel 1998.

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E poi il Signore disse a Mosè: “ Sali su questa vetta dei monti Abarim e mira la terra che ho dato ai Figli d’Israele. Quando l’avrai contemplata, anche tu ti riunirai ai tuoi padri…”. (Num. 27-12)


“Sali sulla vetta del monte Fasga (o Phisgah), di lassù volgi lo sguardo a occidente, a settentrione, a mezzogiorno e a oriente e contempla quel paese con gli occhi tuoi; poiché tu non passerai questo Giordano”. (Deut. 3.27)


“Sali sul monte Nebo, su questa cima dei monti Abarim, nel paese di Moab, di fronte a Gerico,  e guarda il paese di Canaan che io do in possesso ai figli d’Israele. Su quel monte dove sarai salito, morirai e andrai a raggiungere i tuoi padri….” (Deut. 32,49)


La Bibbia ci dà tre diversi nomi del luogo su cui morì Mosè e questo potrebbe sembrare fuorviante; in realtà ci consegna delle informazioni molto precise che sono state di grande aiuto ai biblisti di tutto il mondo. Il monte Nebo non è altro che la vetta del monte Fasga, appartenente alla catena montuosa dell’Abarim, nella regione di Moab, nell’attuale Giordania.  Oggi il Nebo ha un nome diverso, Siyagha, ma questo non muta la sua fondamentale importanza per la storia del genere umano. Su questo monte è stata, infatti,  scritta una delle pagine più intense del cammino spirituale dell’uomo: un punto di arrivo per Mosè, un punto di partenza e poi di riferimento per il popolo di Dio.


Su di esso e sulla vicina cima di al Mukhayyat, nel periodo bizantino, sorsero chiese e celle per ospitare monaci e pellegrini, molti dei quali hanno lasciato testimonianze scritte, vere e proprie cronache della loro permanenza o del loro pellegrinaggio che oggi costituiscono una preziosa documentazione  per  gli studiosi. Uno dei primi testi  del periodo tardo romano che contiene riferimenti al Nebo è l’ Onomasticon del Vescovo Eusebio di Cesarea, 295-320 d.C, che può essere considerato il primo trattato di topografia biblica. San Girolamo, nel IV secolo, lo tradusse in lingua latina, corredandolo anche di aggiunte molto significative.


La testimonianza lasciata dalla pellegrina Egeria, nel 400 d.C. circa, è una delle più dettagliate tra quelle che ancora sopravvivono. L’Itinerarium Egeriae  fu scoperto nel 1884 e, in esso, Egeria non solo descrive tutto quello che vede e le persone che incontra, ma ci da anche informazioni sulla strada percorsa dai pellegrini per arrivare al Nebo, la Esbus-Livias,  e sui luoghi di reminescenza biblica rinvenuti lungo di essa.


Pietro l’Ibero visitò il Monte Nebo due volte: la prima volta nel 430 d.C . e la seconda nel 477 d.C. e lascia testimonianza di entrambi i suoi pellegrinaggi.
Teodosio, arcidiacono nordafricano, lascia invece nel 530 d.C. memorie che riguardano il villaggio di Livias, che si trovava nella valle del Giordano, ai piedi del monte.
Antonino, un anonimo pellegrino di Piacenza del  570 d.C., cita la presenza di numerosi eremitaggi intorno al luogo della morte di Mosè e descrive a lungo le salutari proprietà dei Bagni di Mosè, le cui acque si trovano presso Livias.     
Un silenzio di qualche secolo e siamo nel 1217, al pellegrinaggio del maestro tedesco Tetamaro che fu uno degli ultimi occidentali a raggiungere  la Transgiordania dopo la perdita dei territori da parte dei crociati.


Altro salto di più di tre secoli e ritroviamo, nel 1552, la testimonianza del frate francescano portoghese Pantaleào de Aveiro, il quale annota che l’interesse per il monte Nebo non si era affatto spento in quel XVI secolo, ma già parla di abbandono e di sole rovine sulla vetta del monte. Il suo testo cita anche un santuario musulmano sulla riva occidentale del Giordano. Poi più nulla, tranne uno strano libretto, stampato nel 1657 e conservato al British Museum di Londra, che descrive il “ritrovamento” di una presunta  tomba di Mosè in una caverna di una valle del monte Nebo.   
La ricerca e l’identificazione del Monte Nebo ricominciò nel XIX secolo grazie al termine Jabal Nebo ancora in uso tra i Beduini e che destò la curiosità degli esploratori del tempo, i quali vi salirono, per la prima volta, nel 1853. Molti furono gli esploratori e gli studiosi che si avventurarono sul Monte Nebo nel XIX secolo: Felicien De Saulcy nel 1863, le Duc de Luynes nel 1864,  H.B. Tristram nel 1864 e di nuovo nel 1872, John Paine nel 1873,  Claude R. Conder nel 1881, G. Schumaker nel 1891, Alois Musil nel 1891, Nelson Glueck nel 1932.


La Custodia di Terra Santa subentrò nel 1932 grazie all’entusiasmo e all’intraprendenza di padre Girolamo Mihaic, che ottenne il permesso per una missione archeologica dalla Direzione delle Antichità di Giordania. P. Girolamo  si preoccupò di approntare una strada per gli archeologi dello Studium Biblicum Franciscanum   che da Madaba li portasse alle due cime di Siyagha (monte Nebo) e di al Mukhayyat, fino a Uyun Musa.   Provvide anche a costruire un  piccolo rifugio sul posto e a ripristinare l’antica cisterna bizantina  individuata tra le rovine.
Questo fu solo l’inizio. La Custodia non poteva abbandonare a se stesso un luogo così importante e volle di più: volle custodirlo per le future generazione. Questo significava riportare alla luce tutto ciò che era ancora sepolto tramite continue campagne di scavi, restaurare e ricostruire  quello che era distrutto, rendere il luogo  di nuovo accessibile alla venerazione dei pellegrini, perché ciò che appartiene all’umanità va restituito all’umanità. Padre Mihaic capì che l’unico modo per intervenire in maniera totale sul Monte Nebo era comprarlo. Una sfida difficile ma non impossibile. E così, l’energico frate convinse la Custodia a comprare il Monte Nebo.


Quello stesso 1932, i francescani  comprarono le due cime del Nebo e di Mukhayyat con l’aiuto di tredici tribù Beduine, che trasferirono i loro possedimenti del Nebo alla Custodia. Ebbe così inizio la grande avventura francescana sul Nebo che continua tuttora. Da quel lontano anno, molte missioni archeologiche si sono susseguite tra grandi difficoltà e molti frati, oltre a padre Girolamo, hanno profuso le loro energie e la loro vita per il recupero di questo sito di interesse mondiale. Oggi il monte Nebo è accessibile ai pellegrini grazie al lavoro di tante persone e tanti frati fra cui p. Sylvester Saller, p. Virgilio Corbo, p. Bellarmino Bagatti; per ultimo il nostro p. Michele Piccirillo, morto nell’ ottobre del 2008, il quale ha voluto riposare per sempre  sul luogo che più di ogni altro lo ha visto alla ricerca di Dio.

 

 

 

 

 

Un dono alla parrocchia di Casanova

In questa XXX domenica del tempo ordinario dell’ottobre missionario, la parrocchia di Casanova ha ricevuto un dono molto importante: il calice e la patena con cui padre Michele Piccirillo celebrava quotidianamente la S. Messa. Sia la famiglia che i confratelli, hanno ritenuto giusto che questi oggetti fossero donati alla parrocchia in cui p. Michele ha ricevuto il sacramento dell’iniziazione cristiana, il battesimo.

Hanno partecipato alla concelebrazione eucaristica quattro confratelli di p. Michele appositamente venuti: p. Giovanni Claudio Bottini, decano dello Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme, p. Carlo Cecchitelli già Custode di Terra Santa ed ora Commissario della Custodia di Terra Santa di Napoli, p. Francesco Manzo anche egli del Commissariato  della Custodia di Terra Santa di Napoli  e p. Alessandro Coniglio, studente di sacre scritture.

Il calice, opera dell’artista Vincenzo Bianchi, si presenta come un tronchetto d’ albero, a significare l’albero della vita; su di esso sono incisi tre soli, disposti in forma triangolare con il vertice verso l’alto, la Trinità, che, nella loro autonomia, si uniscono nel Sacrificio Perfetto.

CaliceCome sempre,  l1e parole di padre Claudio Bottini riservano sempre qualcosa di nuovo e di edificante. Esse  sono state semplici ma intense, cariche di un pathos che spinge la mente alla riflessione, alla comprensione delle piccole e grandi realtà che si  nascondono  in una vita dedicata a Dio e agli altri, come era la vita di padre Michele. Per chi non ha conosciuto p. Michele o lo ha conosciuto poco, la sua figura, attraverso le parole di padre Bottini, si delinea sempre più chiara e comprensibile, proprio come un mosaico che poco alla volta si svela in tutta la sua bellezza e preziosità.

Coniugando il Vangelo di Matteo di oggi, in cui Gesù sottolinea ai farisei che il più grande comandamento è “amerai il Signore Dio tuo” e il secondo, simile al primo, “amerai il tuo prossimo come te stesso”, con la vita umana e sacerdotale di p. Michele, p. Bottini ha fatto rilevare ai fedeli come egli abbia vissuto questi comandi divini quotidianamente. In lui, le importanti scoperte archeologiche, gli onori, gli applausi, le pubblicazioni si sarebbero trasformate in cause di perdizione se non fossero state sostenute dalla sua incrollabile fede e dalla continua  consapevolezza di ciò che egli era effettivamente: un sacerdote al servizio del Signore.

Il suo pensiero era costantemente rivolto a Dio; la sua opera agli altri. La sua giornata di intenso lavoro e di scavi terminava sempre intorno alla mensa eucaristica, così come la sua attenzione era costantemente dedicata agli altri, di qualsiasi condizione sociale e religione, con cui riusciva a stabilire rapporti di reciproca stima e rispetto. In lui, quel comando divino “amerai il tuo prossimo come te stesso” era qualcosa di innato, che praticava con estrema naturalezza: quella naturalezza che distingue  chi ha capito perfettamente il senso della vita.

Ancora una volta, le parole di p. Bottini hanno emozionato perché da esse  traspariva chiaramente il genuino affetto per l’amico perduto con cui si è condiviso 40 anni di vita. Ha avuto, poi,  un pensiero per le suore francescane presenti, ringraziandole per il decoro  in cui mantengono la chiesa; per i lettori a cui ha riconosciuto la responsabile divulgazione delle letture e per  i coristi per la scelta dei canti.

Alla fine della celebrazione eucaristica, il parroco di Casanova, don Carlo Zampi, ha  ringraziato, commosso, per il prezioso dono che è stato fatto alla parrocchia, ma soprattutto ha ringraziato il Signore per il dono di  un uomo come p. Michele.  

c.d.l.

 

 

 

 

 

 

 

 

Mosaici. I più antichi della cristianità


di Giuseppe Caffulli - da Avvenire di Domenica 10 luglio 2011


Si trovano soprattutto in Siria e Giordania e sono veri gioielli dell’arte. Quella della Chiesa dei Santi Martiri a Tayibat, nei pressi di Hama, da pocoMosaico del Paradiso recuperato, è uno dei più rilevanti. Risale al 442 d.C. e gli studiosi l’hanno battezzato il “mosaico del Paradiso”.

A farne un unicum è la rappresentazione architettonica di venti edifici ecclesiastici delle principali comunità cristiane del Medio Oriente, ma soprattutto il raffinato racconto teologico ispirato all’Apocalisse. In uno spazio di 7 metri per 7, i mosaicisti hanno raffigurato il luogo paradisiaco della pace, con Betlemme e Gerusalemme.

Un raffinato racconto teologico in immagini, un gioiello d’arte cristiana antica restituito alla fede e all’umanità. Tra i tanti meriti che vanno riconosciuti a padre Michele Piccirillo, l’archeologo francescano dello Studium Biblicum di Gerusalemme scomparso due anni fa e famoso i tutto il mondo per gli scavi del memoriale di Mosè al Monte Nebo, in Giordania, c’è indubbiamente quello di aver contribuito a salvare il grande mosaico della Chiesa dei Santi Martiri di Hema, in Siria.

Tayibat al Imam, questo il nome della località dove si trova il mosaico, sorge a circa 15 km dall’antica Epifania, sede vescovile, un tempo parte della giurisdizione del patriarcato di Antiochia. Per arrivarci occorre imboccare una strada secondaria, abbandonando l’arteria principale che collega Damasco ad Aleppo, ed infilarsi tra i campi di cotone e greggi al pascolo. Nel centro della cittadina la sagoma ricoperta di pietra chiara del museo che custodisce il mosaico è facilmente riconoscibile. E grazie al passaparola, sempre più gruppi – specialmente italiani - chiedono di visitare quello che probabilmente è tra i mosaici cristiani più antichi tra quelli provenienti sino a noi in Medio Oriente (risale infatti al 442 d.C.). L’anello mancante – soleva dire lo stesso padre Piccirillo – nella storia del mosaico della Siria cristiana.

Ma come è stato riportato alla luce il mosaico e qual è la sua reale importanza? A scoprirlo per un caso, come spesso avviene in archeologia, fu il direttore delle Antichità di Hama, Abd Razzaq Zaqzuq, che ne parlò a padre Michele nel 1990, durante un convegno a Roma.

L’anno seguente, il francescano archeologo poté visitare il sito e dare inizio al lungo iter di studio. Solo dopo la costruzione della copertura, su disegno dell’architetto milanese Alessandro Ferrari, vennero avviate le fasi di consolidamento e restauro del mosaico. Fino all’apertura al pubblico il 5 luglio del 2007.

L’importanza del “mosaico del Paradiso”, come è stato ribattezzato dagli studiosi (il cuore dell’opera è infatti la raffigurazione del luogo paradisiaco della pace, con Gerusalemme e Betlemme) è duplice: la sua datazione (442 d.C.) da una parte; dall’altra la ricchezza dei motivi iconografici e simbolici.

Dalle iscrizioni in greco che ancora oggi sono leggibili sul mosaico, sappiamo che la chiesa di Tayibat al Imam venne completata nel 442 d.C. Nella vicina Hama, l’antica Epifania, sedeva sulla cattedra vescovile Domno. Lo straordinario mosaico, che copriva come un grande tappeto l’intera superficie della chiesa dedicata ai Santi Martiri, fu reso possibile dalle donazioni di diversi benefattori locali, tra essi anche i sacerdoti Epifanio e Valente che probabilmente officiavano in quel villaggio.

A fare di questa opera un unicum della cosiddetta Siria Seconda, alcune caratteristiche: intanto la rappresentazione architettonica di venti edifici ecclesiastici delle principali comunità cristiane del Medio Oriente (un motivo che si ritrova anche nella posteriore basilica di Santo Stefano a Umm al Rasas, Giordania), ma soprattutto il raffinato racconto teologico ispirato all’Apocalisse. Tutta la chiesa dei Santi Martiri è un trionfo di scene di caccia e di pastorizia, accompagnate da motivi floreali e da piante che denotano la straordinaria tecnica e la padronanza coloristica degli autori (probabilmente di scuola antiochena). E’ però la scena che decora il settore orientale della navata a destare la maggiore ammirazione: in uno spazio di 7 metri per 7, i mosaicisti hanno raffigurato il luogo paradisiaco della pace, con Betlemme e Gerusalemme. Al centro l’Agnello, immagine del Cristo, e l’ Aquila, che poggia su una collina da cui sgorgano i quattro fiumi del Paradiso (Ghion, Fison, Tigri ed Eufrate). Alle loro acque, dove guizzano i pesci colorati, anelano eleganti cerve. Mettendo al centro della raffigurazione le città della nascita e della morte del Cristo, Agnello di Redenzione che si eleva sulla sommità della montagna paradisiaca, i mosaici hanno voluto restituirci una visone ideale del Regno di Dio e della teofania di Cristo, la cui luce risplende sul mondo e su quanto esso contiene.

I restauri del mosaico sono stati eseguiti dal Franciscan Archaeological Institute diretto da padre Michele Piccirillo sotto la supervisione del mosaicista restauratore Franco Sciorilli, che ha curato la particolare fase di fissazione del manto musivo con speciali resine inerti. La fase di recupero del mosaico è stata poi condotta dagli allievi del Mosaic Center di Madaba e Gerico, nell’ambito di uno stage annuale a cui partecipano i giovani di Giordania, Siria e Palestina.



 

 

Il cammino del Parco del Battesimo di Gesù

 

Molti turiPiccirillo-SBF-2001-10042sti e pellegrini in Terra Santa, oggi possono ammirare il parco del Battesimo di Gesù nella Betania d’ Oltre Giordano di cui parla l’evangelista Giovanni nel suo Vangelo, ma citato anche in altre fonti come Bethabara, Saphsaphas e Beith Anya. Pochi però conoscono il lavoro di ricerca storico, quello archeologico e anche burocratico che si nasconde dietro a questi luoghi finalmente restituiti alla cristianità.

Durante gli ultimi anni della sua vita, padre Michele Piccirillo, tra le tante attività che portava avanti, c’era anche quello di assicurare alla cristianità questo luogo riscoperto nel 1995 grazie al suo impegno, a quello di padre Eugenio Alliata e all’entusiasmo del principe Ghazi ben Muhamad che si lasciò coinvolgere in quest’avventura.

Seguiremo il cammino per l’istituzione di questo importantissimo parco attraverso gli articoli scritti da p. Michele stesso e dai suoi amici e collaboratori, pubblicati nel libro dell’arch. Vito Sonzogni Giordania – Terrasanta di meditazione – Progetto del parco del battesimo, ed. Corponove, 2005.

c.d.l.

Inizia

 


 

 

 


 

Da una montagna dalla quale Mosè gettò uno sguardo di speranza sul futuro, anch’io provo a guardare avanti vedendo tanti giovani pronti a vivere in pace in un mondo che non ne può più di guerre e di odio.

Padre Michele Piccirillo OFM, Monte Nebo, 07/10/06

 


 


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